La morte nel nuovo millennio


Valentina Ambrosio
La morte nel nuovo millennio

Come è cambiato il concetto di morte nel nuovo millennio?

Da un lato la morte è mediata dai social, dall’altro è negata nel profondo.

I riti funebri – che servivano a elaborare e condividere il lutto e a dare un significato e peso ad un evento doloroso – sono quasi scomparsi e hanno perso quell’intensità e forma tipica dei decenni passati.

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La morte come tabù

La morte nel nuovo millennio è un tabù. C’è un’estrema difficoltà a condividere il dolore della perdita di una persona amata tra i familiari, gli amici e con gli altri sistemi.

La società ha delegato a servizi e sistemi esterni la gestione della malattia e del fine vita, perciò su questi aspetti è calato un velo di imbarazzo e paura.

Ad esempio, spesso si pensa che non sia opportuno far assistere un bimbo ad un funerale. Così, in favore di un sentimento di protezione, gli si nega la possibilità di salutare il defunto e piangere insieme agli altri la perdita.

Si crede che lo spettacolo della morte – perché nel nuovo millennio tale è considerata – sia straziante: un dolore inutile a cui sottoporre una persona, soprattutto un bimbo.

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Il rifiuto del dolore e del lutto

Quali possono essere le cause di questa negazione?

L’ipotesi è che quest’atteggiamento di far finta che la morte non ci riguardi, o che passi rapidamente come evento, è sostenuta anche da alcuni meccanismi sociali tipici della nostra epoca.

Prima di tutto la superficialità e la caducità dei rapporti personali.

In secondo luogo i valori culturali di riferimento che puntano i riflettori sul benessere, sul perfezionismo, sul successo, sulla realizzazione e sulla leggerezza.

Vige una mentalità individualistica e narcisistica. C’è una profonda indifferenza tra gli uomini, si è perso il regime comunitario e la fiducia nel prossimo.

Così ci si illude che la morte – nel nuovo millennio – sia un evento lontano, che non ci tangerà.

La finalità è esorcizzare e allontanare la morte.

Così, accompagnati dai social e dai mass media che ci bombardano di informazioni nefaste su morti di personaggi famosi, di cittadini di paesi lontani, o in condizioni cruente e assurde, l’idea di un’apparente immortalità prende forma nella mente.

Ci si abitua a pensare alla morte come un evento al di fuori di noi, che non ci toccherà in prima persona.

Ma, paradossalmente, nonostante viviamo immersi ogni giorno in questo argomento, non sappiamo affrontarla quando bussa alla nostra porta.

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La solitudine di chi resta

Chi subisce un lutto si trova intrappolato in una spirale di dolore e di solitudine dalla quale è difficile uscire.

Da un lato le relazioni si impoveriscono o si perdono perché si fa fatica a stare nel dolore, a condividere e supportare. Dall’altro è difficile ottenere e chiedere aiuto, perché il tema è scottante e il discuterne crea spesso disagio da ambo le parti.

La persona in lutto viene vista come un malato, incapace di avere la forza fisica e mentale per lavorare e contribuire alla società.

Tuttavia nel contempo è una persona priva di una rete di supporto per superare questa fase, prima che possa diventare patologica.

Sull’onda di una società efficiente ed efficace, non c’è spazio per fermarsi e piangere.

Si è spinti a tornare presto alla normalità.

Abituati a soddisfare i propri bisogni immediatamente, gli individui non si concedono il tempo per soffrire e pretendono di recuperare subito la loro vita prima del lutto.

Educare alla morte

Come ovviare a questo problema?

Serve sviluppare una cultura che permetta il contatto con la sofferenza, la paura e la vergogna.

È necessario sfatare il mito che non c’è nulla che possa fare o dire per farlo stare meglio. Un abbraccio, una parola (reale!) o una telefonata, possono far sentire all’altro calore e amore.

Molto utili a tale scopo sono i progetti di Death Education.

Questi sono volti a presentare, a varie età e persone, il tema della morte a 360 gradi e delle emozioni ad esse associate.

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