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L’elemento dinamico della vita: le emozioni


Maria La Russa
L’elemento dinamico della vita: le...

Le emozioni, sia positive che negative, sono tutte importanti ed utili per l’essere umano e intervengono a rendere dinamica la nostra vita.

I nostri organi di senso attraverso la loro particolare sensibilità, ci permettono di ricevere stimoli ed informazioni che concorrono a costruire pensieri, concetti ed azioni fino a definire il nostro comportamento attraverso la risposta emotiva.

Le emozioni hanno bisogno di essere ascoltate ed interpretate. Quelle positive – come la gioia, l’allegria o l’entusiasmo – sono deputate a contrastare e neutralizzare tante altre emozioni negative – quali, tristezza, rabbia, paura o disprezzo – per ripristinare l’equilibrio e la serenità.

È con la nostra consapevolezza ed accettazione che viene consentito il movimento dinamico di trasformazione da negativo a positivo e viceversa.

La sorpresa è una emozione semplice ambivalente e si presenta su connotazione positiva o negativa in relazione all’evento ma, in ogni caso, tutte le emozioni ci indicano ciò che ci fa male o bene e, di conseguenza, ci indicano ciò che dovremmo cambiare, allontanare o mantenere.

Esistono poi tante altre emozioni più complesse determinate dall’unione di due o più emozioni semplici determinando veri e propri sentimenti negativi come la tristezza, la disperazione, la vergogna, la gelosia, la nostalgia, la delusione, la fragilità, l’ansia e l’insicurezza, il risentimento, la vendetta, l’angoscia, ecc.

O, se ci riferiamo alle belle emozioni positive ricordiamo l’allegria, la speranza, il coraggio, la forza, e la passione.

Tra tutte le emozioni che governano la nostra esistenza, la paura è un’emozione salvavita perché ci permette di individuare il pericolo nelle situazioni e ci fa allontanare o proteggere. Quando però quest’emozione è così intensa da diventare invasiva e paralizzante, impedisce a chi la prova di agire, di scegliere, di cambiare e di vivere.

In tutto il percorso della nostra esistenza proviamo questa particolare emozione in diversi livelli di intensità, tantissima quando siamo bambini, meno quando siamo adolescenti, ancora meno nella prima giovinezza e sempre ancora meno nell’età adulta.

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Dobbiamo però ricordare che tutto ciò che è nuovo e sconosciuto ci intimorisce e ci fa paura e, non ce ne rendiamo conto, che la paura è giustificata solo se conosciamo il pericolo nascosto nel nuovo.

Tra le paure verso cose a noi sconosciute, quella nei confronti della morte è la più grande in assoluto dato che sfugge al nostro controllo e ci fa immaginare il nulla, il vuoto, la perdita degli affetti, dell’amore e delle emozioni stesse.

L’idea che abbiamo sulla vita ci viene data e confermata dalla nascita di un nuovo essere vivente come un bimbo, un cucciolo di animale, un germoglio di pianta ma anche da tutto ciò che è nuovo come un nuovo giorno con le sue aspettative, una nuova alba che illumina il mondo che ci circonda o una semplice novità che irrompe nella noia quotidiana.

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L’idea della morte, è invece, nel suo opposto, collegata ed associata alla perdita della vita e dell’interesse verso tutto ciò che rappresenta il nostro centro dell’esistenza e sviluppa apatia, tristezza, depressione e sofferenza.

Secondo la psicanalista Melanie Klein il bambino sperimenta la morte fin dalla nascita, quando gli viene reciso il cordone ombelicale che lo tiene in vita attraverso il legame con l’utero materno.

Se io fossi una bimba che s’immagina dentro l’utero della madre, potrei immaginare di provare calore, sicurezza, benessere e protezione e mai mi sentirei pronta a lasciare tutto questo. Ma, la natura dell’essere umano obbliga tutti i bimbi del mondo ad essere catapultati fuori da quel nido protetto e sicuro e li obbliga ad intraprendere una lotta per la loro esistenza con tutto ciò che possiedono o trovano.

Nessun bimbo sceglie luogo, genitori, casa, parenti, cibo, nazione, lingua ma è costretto ad apprendere ciò che è necessario e vitale per lui e a sopravvivere con diverse dipendenze, aspettando i tempi lunghi della maturazione delle sue dimensioni psicologiche per poter raggiungere l’autonomia e l’integrazione nel mondo che lo circonda.

Ci sono bimbi diversi per condizioni sociali e culturali diversi, ma tutti unici e speciali per la meravigliosa combinazione del loro corredo genetico, morale, etico e culturale.

Immagino che tutti i bambini che vengono catapultati fuori da quel nido certamente provano emozioni di paura, anzi di terrore, e probabilmente provano la sensazione di morire perché perdono la sicurezza, la protezione, il calore ed il benessere e come se non bastasse sono obbligati a provare dolore per quella respirazione aerea, diversa da quella di prima.

In queste condizioni, proverei tanta paura per il nuovo e, assurdamente, proverei paura per la vita: paura della vita e insieme per la mia vita.

Ma sopportare ed accogliere la paura della morte significa scoprire la vita, un modo di stare al mondo dominato dalla sensibilità che ci induce a cogliere informazioni dai nostri organi di senso responsabili della nostra vitalità.

L’accoglienza tenera e preoccupata, la cura del corpo e il cibo riportano la calma e la serenità nel bambino fino a fargli ritrovare quel benessere, quel senso di protezione e di sicurezza perduto e cominciare a sviluppare un piacere di stare nel nuovo mondo fino a sentire di voler amare la vita pur avendo ancora tanta paura, paura di morire e di perdere la vita appena trovata.

Tutta l’infanzia si caratterizza come un tempo dominato dalle emozioni semplici che attraverso la pressione dell’educazione e della cultura sociale si trasformano, di giorno in giorno, in emozioni sempre più complesse.

L’infanzia è dominata dalla paura e dalla gioia: paura del nuovo e gioia nello scoprire il nuovo. Sembra che paura e gioia camminano a braccetto come due grandi amici che si spalleggiano e si rinforzano nel fare esperienza sviluppando insieme complicità e coraggio.

Compito dell’adulto, se ha superato tutte le sue paure e ha mantenuto la gioia del nuovo, è quello di insegnare al suo bambino come superare le sue paure e come entusiasmarsi sempre per le cose belle e nuove.

Il ciclo di vita dell’essere umano presuppone che per ben circa dieci anni il bambino sia impegnato nell’apprendere strumenti di vita, saperi, conoscenze e informazioni da utilizzare nei suoi successivi altri dieci anni facendo esperienza per tutta la sua prima giovinezza allontanandosi dalle figure di riferimento.

Gli occorrono circa 20 anni per debellare tutte le paure del nuovo e trovare un senso ed un significato per stare al mondo e, finalmente potrà cominciare ad organizzare la sua vita e costruire il suo futuro senza dover chiedere ancora aiuto a chi lo ha accolto ed accompagnato in questa bellissima avventura che è la vita.

Ma cosa succede se l’adulto da cui dipende il bimbo non è maturo e sicuro?

Confusione, incertezza, insicurezza, disadattamento, inferiorità, bassa autostima, difficoltà a gestire la propria quotidianità e scarsa tolleranza dominano l’adulto-bambino.

Quale destino allora per il suo bambino-bambino?

Sgomento, paura, rabbia e disprezzo investono il bambino che, inaspettatamente, si trova a dover fronteggiare mancanze e vuoti normativi, incoerenze e incapacità dell’adulto. Torna allora la paura della vita e per la sua vita.

Tornano ad agire nella mente del bambino sentimenti di paura della morte e del dolore.

Il modello educativo prescelto o considerato unico e scontato, contribuisce a complicare le aspettative del bambino generando colpa e vergogna per le emozioni negative da lui provate incastrandolo in una rete psicologica invisibile ma dolorosa e tormentata dalla necessità di uscirne fuori.

Ci viene insegnato a proteggere il corpo per non rischiare la morte fisica e il dolore ma non ci viene insegnato come proteggere la mente dalla morte psichica e dal dolore emotivo.

Si manifestano così diverse forme di sofferenza fisica e psicologica. Una sofferenza che parte dalla mente per l’incredulità, la delusione, l’amarezza, il dispiacere e la rabbia di essere stati traditi che si trasforma in sofferenza fisica per l’incapacità di comprendere e gestire le nostre emozioni negative.

Occorre allora accettare la morte come condizione ultima per liberarsi dalla rete invischiante e dolorosa e comprendere che solo accettando la morte si può ritrovare l’essenza della vita.

Difficile, pesante e complicato scegliere la morte per ritrovare la vita, la propria vita!

Nonostante la chiarezza che qualcosa deve cambiare e che è necessario riappropriarsi della propria vita ognuno di noi sente l’obbligo, condizionato dalla paura, di attivare delle resistenze che si palesano come considerazioni, giustificazioni, negazioni e obblighi che impediscono le scelte prioritarie della propria vita.

Eh si! Forse in certi momenti ci accorgiamo che non stiamo vivendo la nostra vita ma la vita che altri hanno voluto per noi.

Altri che non sempre hanno pianificato e programmato la nostra vita ma che ci hanno considerato loro servi trascinandoci nella loro vita.

Quanta amarezza allora si prova nel constatare che i propri cari ci hanno donato la vita ma non sono stati pronti ed attenti a donarci gli strumenti adeguati a poter vivere la nostra vita, mantenendoci schiavi e servi della loro vita.

Ecco l’esigenza di pensare di morire un’altra volta per rinascere e vivere, se ancora possibile, come ciascuno di noi desidera.

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D’altra parte l’idea della morte ci accompagna da quando siamo nati perché averne paura?

Non abbiamo, forse, ancora compreso che come tutti gli opposti, vita e morte sono legati da un filo invisibile che danno il senso alla nostra vita?

Spesso le esperienze della nostra vita ci inducono a fare scelte che ci spingono a rischiare la morte sia fisica che mentale, vedi le separazioni, le malattie, i trasferimenti, i lutti o le perdite economiche e il pensiero corre all’idea della morte come unica ed ultima possibilità per porre fine alla sofferenza ed al dolore.

Quante volte allora ci siamo accorti che, abbandonando il controllo sulle vite altrui e sulle cose materiali che arricchiscono la nostra vita, fino ad accettare le perdite ed i lutti ci proiettiamo verso il cambiamento della nostra vita per riappropriarcene e riconoscerci nella nostra semplicità, imperfezione ed umiltà.

Scoprire allora che fino a quel momento tragico e drammatico non avevi vissuto bene ma con tormento e disagio, con tristezza e dolore e sempre alla ricerca di qualcosa mancante a te stesso rende possibile l’accettazione della morte di uno stile di vita e di pensiero non consono alla propria esistenza.

Saper accogliere il sentimento di morte non è la stessa cosa di pensare alla morte come la fine della nostra esistenza.

Essere consapevoli che la nascita di una vita impone la presenza della morte, ci può aiutare a considerare inizio e fine di una vita e, allo stesso modo possiamo considerare inizio e fine di storie, relazioni, comportamenti, azioni, pensieri, approcci, atteggiamenti e comportamenti.

Significa, dunque, non aver più paura della fine di qualcosa ma di accogliere la fine come l’inizio di un nuovo e anche di una nuova vita.

Ecco che da un punto di vista spirituale la morte non è definita come fine ma come inizio e che nella vita di tutti i giorni, i grandi mistici e filosofi ci insegnano che solo accettando e vivendo la morte si può apprezzare e vivere la vita nel suo giusto valore.

Allora occorre allontanarsi e proteggersi dall’idea della morte fisica ma scegliere ed accettare la morte di approcci, comportamenti, pensieri, punti di vista, opinioni e credenze culturali e moralistiche affinché il loro vuoto possa consentire la nascita del nuovo modo di essere e di stare al mondo, del germoglio di un pensiero nuovo e di approcci e comportamenti diversi dal solito ma coerenti con la propria essenza di vita.

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